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    April 01

    Orientamento dell'altare...

     

    "Perchè prima del Concilio Vaticano II si celebrava la Messa con le spalle verso i fedeli

    e dopo il Concilio con le spalle verso l'altare?"

     

     

    In questi ultimi mesi, alcune osservazioni della Congregazione per il Culto divino circa la discussione di alcuni aspetti della liturgia hanno sollevato un dibattito vivo anche sui giornali laici.

    Tra questi un aspetto interessante riguarda l'orientamento dell'altare dove si celebra l'Eucaristia. Le chiese antiche hanno fatto giungere a noi un grande altare dove il sacerdote, prima del Concilio Vaticano II, celebrava la Messa rivolto verso di esso e non verso l'assemblea.

    Con la riforma liturgica postconciliare si è scelto di celebrare l'Eucaristia su una "mensa" in cui il celebrante è al centro, in modo tale che l'assemblea possa partecipare come "riunita attorno alla mensa".

    Nei dibattiti teologici si ipotizza il ritorno a celebrare, ove siano rimasti, sugli altari "Orientati". Il senso del celebrare la Santa Messa rivolti verso l'altare non va inteso principalmente come un "voltare le spalle ai fedeli" (cfr commenti dei giornali quando il Papa ha celebrato così nella cappella Sistina lo scorso gennaio). Nell'antichità, quando la celebrazione Eucaristica si è strutturata a partire dalla liturgia sinagogale della Parola approfondita cristianamente, permeata della memoria della morte e Risurrezione di Cristo, la Preghiera Eucaristica era celebrata rivolta verso Oriente, punto cardinale significativo per molte religioni, che indica il Sole che sorge, Cristo stesso. E’ poi cresciuta la consapevolezza che Dio è Spirito, dunque presente in ogni luogo, ma per la preghiera Eucaristica importante rimane il riferimento alla croce, vero oriente interiore della fede. Ecco allora il significato: non le spalle voltate ai fedeli ma tutti insieme, celebrante e assemblea orientati verso la Croce, dove Gesù sofferente si lascia trafiggere per noi ancora oggi durante la celebrazione di ogni santa Messa e dal suo fianco scaturiscono sangue ed acqua, segno dei Sacramenti. Dunque possiamo concludere che celebrando attorno alla mensa cogliamo il segno della partecipazione al banchetto eucaristico che ci accoglie tutti; celebrando orientati verso la Croce indichiamo il cammino dell'umanità verso l'unico Signore della Storia Se si celebrasse la liturgia della parola (prima parte della messa) faccia a faccia come oggi e quella eucaristica (seconda parte della messa) tutti insieme rivolti al Signore che viene (cfr. Apocalisse) si renderebbe evidenti questi due aspetti di un unica realtà, quella dell'Eucaristia, che va celebrata tenendo presente la verità di fede della presenza reale del Signore, conservando la dignità e la sacralità che gli spetta.

    (per approfondimenti cfr  J. Ratzinger: Introduzione allo spirito della liturgia ed. San Paolo).

    don marco barontini

     (© L'arcobaleno - marzo 2008)

     

    January 28

    La Messa in latino

    La Messa in latino

    In questi ultimi mesi sono apparsi diversi articoli e si sono fatti diversi dibattiti riguardo la Messa in latino. Il papa Benedetto il 7 luglio scorso ha firmato la lettera apostolica “Motu proprio data” Summorum pontificum sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970.

    In sintesi il papa concede ad ogni sacerdote, in particolari circostanze, di celebrare la S. Messa utilizzando il Messale promulgato dal papa Giovanni XXIII nel 1962 contenente il rito romano tradizionale risalente al Concilio di Trento.

    Una precisazione va dunque fatta: non si tratta semplicemente di una Messa in latino. Questo rito è diverso in molte parti dalla celebrazione della Messa così come la viviamo oggi secondo la riforma liturgica dopo il Concilio Vaticano II. I fedeli erano educati un tempo a seguire la Messa unendosi al Sacrificio Eucaristico spiritualmente. La maggior parte delle persone non capiva le parti della celebrazione e il modo migliore per vivere la Messa era diventato quello della recita personale del Rosario. Già il papa Giovanni XXIII promulgando il messale del 1962 aveva inserito alcune riforme importanti: una tra tutte era la necessaria partecipazione dei fedeli. Infatti, dal concilio di Trento in poi, la Messa era diventata un rito riservato al Sacerdote celebrante, accentuando la dimensione del valore del Sacrificio Eucaristico in sé, con la valenza salvifica per le anime dei vivi e dei defunti per cui si celebrava quella Messa, ma senza la necessaria presenza dei fedeli. Il messale del ‘62, quello recuperato con il Motu proprio, contiene in sé questa nota importante, che la S. Messa debba essere celebrata con la partecipazione dei fedeli e, qualora per ragioni importanti il sacerdote si trovi a celebrare da solo, la consapevolezza che deve avere è che quella Messa non è per sé ma anche per coloro che sono assenti.

    Molti in questi mesi accusano il Papa di tornare indietro, di recuperare il Concilio di Trento rinnegando il Concilio Vaticano II. In realtà l’interpretazione che il papa Benedetto offre rispetto al Concilio Vaticano II e alla conseguente riforma liturgica si pone nel segno della continuità con ciò che ha preceduto quella riforma stessa. Ce lo dimostra anche con lo stile con cui celebra i riti lui stesso: dai paramenti antichi non più utilizzati dai suoi ultimi predecessori (il camauro rosso, il trono, la croce al centro dell’altare della Confessione in San Pietro, l’altare rivolto verso la Croce nella Cappella Sistina…). Il papa vuol comunicare che la necessaria riforma liturgica è stata una scelta pastorale della Chiesa che non ha però di per sé cancellato la ricchezza della tradizione.

    Dunque i grandi dibattiti “Latino sì o latino no” vanno colti in questa linea interpretativa.

    Il Motu proprio non è stato fatto solamente per i Lefebvriani (coloro che seguirono il vescovo Lefebvre che non accolse la riforma liturgica e alcune posizioni del Concilio Vaticano II), ma per tutta la Chiesa.

    Dopo il Concilio Vaticano II di fatto non si era ritenuto necessario promulgare norme per regolare l’uso del messale precedente a quello promulgato da Paolo VI supponendo che fossero in pochi a rimanere legati alla celebrazione tradizionale. In alcuni Paesi invece, non pochi rimasero legati a questa celebrazione, anche accettando il carattere vincolante del Concilio Vaticano II e fedeli al papa. Inoltre non dimentichiamo che l’introduzione del Messale della riforma Conciliare, accompagnata ad un contesto culturale già portato all’esasperazione della libertà e della creatività, divenne causa di deformazioni arbitrarie della liturgia, creando confusioni non solo nella liturgia ma addirittura poi nell’ambito teologico che la celebrazione lascia intravedere. Giovanni Paolo II nel 1988 con il motu proprio “Ecclesia Dei” ha offerto un quadro normativo per l’uso del messale del 1962, lasciando ai Vescovi la libertà di concedere, secondo le necessità, di celebrare secondo questo uso del Rito Romano. Con questo il papa voleva ristabilire una unità con la Fraternità San Pio X costituita da mons. Lefebvre. Ma la paura di mettere in discussione l’autorità del Concilio Vaticano II era molto forte. Il papa Benedetto nella lettera che accompagna il Motu Proprio “Summorum Pontificum” positivamente sottolinea che queste difficoltà non persistono più insistendo sulla piena accoglienza di tutti del Rito postconciliare e di tutto il contenuto del Concilio Vaticano II.

    Ma allora, quale può essere la giusta collocazione della “Messa in Latino”?

    Una testimonianza: nella scorsa primavera sono stato una giornata in un monastero benedettino in Francia, Fontgombault. In quel luogo da diversi anni si celebra la S. Messa secondo il rito tradizionale con il permesso del Papa, ancor prima del Motu Proprio. La prima cosa che mi ha colpito è stata la presenza di tantissimi giovani. Come mai in una Francia secolarizzata molti giovani frequentano un monastero e per di più tradizionalista? Partecipare alla S. Messa è stato qualcosa di straordinario. Conoscendo le parti della celebrazione (aiutato da un libretto a disposizione dei fedeli), anche se la maggior parte della S. Messa era in totale silenzio, non mi sono sentito escluso da quella celebrazione, anzi. Si percepiva chiaramente che là in fondo, su quell’altare, si compiva qualcosa di grande, che era anche per me.

    Mi sono chiesto il senso della necessità di celebrare ancora in quel modo, ma in sé una risposta c’era già.

    Il papa vuole richiamarci alla serietà che la celebrazione Eucaristica richiede. Non si tratta solo del latino dunque, ma un rito che innanzitutto va celebrato nel pieno rispetto della sua sacralità.

    La Chiesa non torna indietro. La scelta della riforma liturgica è  innanzitutto pastorale, per rendere la S. Messa più vicina alla dimensione comunionale della comunità cristiana delle origini, dove l’Eucaristia è anche alimento per la vita dei fedeli.

    Ciò non toglie che la possibilità, in alcune circostanze, di celebrare la Messa usando il Messale del 1962, con un’adeguata catechesi per i fedeli e una necessaria preparazione del sacerdote celebrante, possa far toccare con mano a tutti la ricchezza della liturgia della Chiesa che attraverso i secoli giunge fino a noi. Dunque non due riti distinti, ma due modalità celebrative dello stesso Rito Romano. Il messale edito da Paolo VI resta la forma “ordinaria” della liturgia della Chiesa, mentre il messale promulgato da Giovanni XXIII è considerato come la forma “straordinaria” (extra-ordinaria).

    don Marco Barontini (© L'arcobaleno- gennaio 2008)