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    July 31

    In ricordo di don Carlo Grossini

     

    Alle ore 1.50 a.m. del 29 luglio, memoria liturgica di S. Marta, presso l'ospedale Maggiore di Novara, è tornato alla casa del Padre don Carlo Grossini, da 26 anni parroco di Gozzano (NO), mio paese di origine e Vicario Territoriale del Borgomanerese. Aveva 68 anni.
    Qui di seguito allego la traccia dell'omelia della S. Messa in suffragio che ho presieduto io nella Basilica di S. Giuliano ieri sera.
     

    30 Luglio 2008

    Messa in Suffragio di don Carlo Grossini

    Letture del mercoledì di Pasqua VII sett.

    Prima lettura (At 20,28-38)

    Salmo 15,1-2a.5.7-11

    Vangelo (Gv 17,11b-19)

     

    Traccia Omelia

    Don Fabrizio nella celebrazione di ieri ha cercato delle risposte alle nostre domande, sorte dalla nostra incredulità di fronte alla morte di don Carlo, dopo una così veloce malattia, nonostante tutte le nostre preghiere e intercessioni. Ha usato le immagini bibliche del Leone e dell’Agnello, per esprimere la forza nel suo ministero e la mansuetudine e obbedienza nella sua malattia. Ora vorrei riflettere sul suo ministero in mezzo a noi. Sarebbe necessario un lungo tempo di riflessione e ripensamento di tutto quanto ha fatto in questi 26 anni.

    Un tratto significativo del ministero Sacerdotale di don Carlo è sicuramente la sua Intelligenza Pastorale: è un carisma tutto suo. Oggi per preparare la veglia abbiamo ripreso tutto il materiale elaborato in questi anni. Ogni anno pastorale faceva riferimento ad un tema di un quinquennio, in piena sintonia con le direttive diocesane e della Chiesa universale. Ha sempre raggiunto nei diversi periodi dell’anno liturgico e pastorale le famiglie della comunità con una lettera, scritta sempre con grande affetto paterno. La pastorale ordinaria per lui doveva necessariamente essere organizzata e propositiva, contenere dei messaggi precisi, per far giungere a tutti il messaggio della Parola di Dio.

    Da questo aspetto è scaturita in lui una Ecclesiologia nuova, aperta con le prospettive del Concilio Vaticano II e oserei intravedere anche una piena corrispondenza con l’intenzione di mons. Aldo Del Monte descritta soprattutto con il motto del XX sinodo diocesano “una Chiesa fedele a Dio e amica dell’uomo”.  Possiamo riflettere ad una idea di comunità che con non poche difficoltà, superando molti ostacoli, don Carlo pian piano ha realizzato in mezzo a noi. Una Chiesa sempre più aperta alla partecipazione laicale, con un attenzione viva ad ogni problematica umana e sociale che sapeva sempre scaturire non da una filantropia fine a sé stessa ma da un ascolto attento della Parola di Dio nel mistero dell’incarnazione. Nella sua prima lettera alla comunità parrocchiale, 30 gennaio ’82 troviamo queste parole iniziali: “Carissimi, insieme è possibile, dipende da noi! … è parte delle mie convinzioni personali, punto fermo di ogni azione ecclesiale”. Da questo il desiderio di un attento ascolto di tutti i gruppi e aggregazioni presenti e operanti in parrocchia per mettersi al passo con la Comunità, responsabilmente e nella comunione, nel totale rispetto della tradizione e nella ricerca di germi di novità che il Signore semina sempre tra noi. È incredibile ritrovare, a distanza di 26 anni, lo stesso proposito e la stessa convinzione: nella lettera datata 5 luglio 2008 indirizzata al Sindaco, ai benefattori della parrocchia e a tutte le famiglie don Carlo, facendo memoria dei cantieri ancora aperti del Centro Anziani, della Chiesa di S. Marta, di S. Lorenzo, del sagrato della Basilica, del 50° dell’Oratorio, scrive così: “Anch’io, con tutto me stesso, nella debolezza più che nella dedizione di energie fisiche, dalla terra o dal Cielo, come il Signore vorrà, non lascerò mancare la piccola goccia del mio sostegno a questa comunità tanto benedetta ed amata. Uniti ce la faremo!”.

    Forse questi tratti li conosciamo tutti, li vediamo realizzati nelle opere e non solo negli intenti. Vi sono dei tratti tutti personali, più nascosti, conosciuti da chi ha avuto la grazia di frequentare don Carlo assiduamente, raccogliendone anche le confidenze. Il suo carattere ha certamente avuto modo di esprimersi: quante discussioni, battaglie… portate avanti con grande forza… chi lo ha conosciuto veramente può dire che la discussione era sempre sulle scelte, su un fatto, un episodio… mai sulla persona… detto tutto quello che doveva dire, anche in modo energico, tutto finiva lì, senza perdere la stima nei confronti di nessuno. Ma era veramente prete. La preghiera e la meditazione personale la faceva al mattino molto presto, nonostante le ore di lavoro serale si fossero protratte a orari incredibili. Lo si poteva cogliere nella omelia della messa feriale: la parola quotidiana aveva qualcosa da dire alla vita di ciascuno, della comunità. Ha avuto una fede forte, capace di tenere anche nei momenti difficili. Lo abbiamo visto allegro, lo abbiamo visto piangere. Una fede matura, capace a tenere insieme le fragilità umane col pieno abbandono alla volontà di Dio. Prima di partire per Gerusalemme, un mese fa, mi ha lasciato un biglietto allegato al dono della parrocchia per la mia prima messa, il viaggio in terra santa appunto, al quale avrebbe dovuto unirsi, per lo stesso dono fatto dalla comunità a lui in occasione dei suoi 25 anni tra noi. Ha scritto: “Al di là del nostro segno, la realtà del cammino della vita, nella fedeltà, ci conduce alla piena realizzazione della Volontà di Dio… Per me rimangono molte oscurità, che tuttavia non minano la ferma adesione al Signore Gesù”.

    La Parola di Dio: è il saluto accorato di Paolo alla comunità di Efeso e la preghiera di Gesù prima della sua Passione. Parola credo adatta alla circostanza. È il saluto alla comunità di un apostolo e del Signore stesso. Sono parole accorate che sentiamo rivolte anche a noi questa sera. Siamo consapevoli dell’eredità che ci viene lasciata da don Carlo. Mi colpisce che S. Paolo fosse preoccupato per “lupi rapaci” che avrebbero devastato il gregge… intravedo la preoccupazione di tutti noi a portare avanti, con totale dedizione, quanto lui ha insegnato, in piena armonia con chi il Signore, vorrà mandare tra noi. Colpisce soprattutto il suo affidare la comunità al Signore e alla parola della sua Grazia. Don Carlo ha lasciato a tutti noi, permettetemi di dire, anche a me come sacerdote cresciuto con lui, un esempio. Paolo parla della generosità verso i più deboli: don Carlo è stato a servizio di tutti. Gesù nella sua preghiera affida i suoi al Padre e li consacra nella verità. Nel ministero sacerdotale don Carlo ha annunciato a noi la Verità che è Cristo, il Verbo incarnato. Ora tocca a noi. Don Carlo è andato in cielo sereno; una delle ultime volte mi ha detto “Vorrei avere un po’ di tempo per portare a termine alcune cose, vorrei a settembre poter fare una missione rivolta ai giovani in occasione del 50° anniversario di costruzione dell’oratorio, ma sono tutto abbandonato alla volontà del Signore”. Mi sembra di cogliere in questo la consapevolezza di aver fatto già tutto, aver fatto abbastanza per noi. È la morte di un padre, che sa di lasciare dei figli adulti, da lui cresciuti ed educati alla fede. Questi mesi di assenza della comunità hanno dimostrato quanto la sua comunità sappia camminare da sola… abbandonata anch’essa, come ha saputo fare lui, nelle mani del Signore.

     

    Questa sera ore in Basilica 18.30 Santa Messa in suffragio presieduta da don Andrea Mancini. Ore 21.00 Veglia di preghiera della Comunità.

    Domani sempre in Basilica alle ore 8.00 S. Messa in suffragio e alle ore 15.00 la celebrazione esequiale presieduta dal Vescovo Renato Corti.

    Potete seguire in diretta gli eventi collegandovi a http://asilvera.spaces.live.com oppure dalla funzione "apri URL" di Windows Media Player o Winamp digitando radio772.no-ip.org:8000

     
     
    June 01

    Omelia di saluto - Pieve Vergonte

     

    Omelia per il Saluto a Pieve Vergonte

     

    La liturgia della Chiesa, che è maestra di vita, oggi, in questa S. Messa, mi ha fatto un dono grande. Il Vangelo che abbiamo appena ascoltato lo conosciamo bene... è stato il Vangelo che ha segnato i primi mesi del mio ministero sacerdotale qui, in mezzo a voi, tre anni fa, con la Missione Ragazzi: il titolo era COSTRUISCINSIEME e la pagina evangelica era proprio quella di questa domenica IX del T.O. la Casa Sulla Roccia.

    Ricordo che in quella pagina, vivendo la missione ragazzi, vedevo molti significati, molti inviti che il Signore faceva per costruire insieme qualcosa.

    Al termine di questa esperienza di ministero pastorale, ritornare su questo brano mi invita a fare alcune considerazioni, che vorrei condividere con voi oggi.

    Mi colpisce la frase iniziale di Gesù: è molto forte: "Non chi dice Signore, Signore, entrera´ nel regno dei cieli, ma colui che fa la volonta´ del Padre mio che e´ nei cieli".

    Non e´ certo facile riuscire ora a comprendere se quello che e´ stato fatto in questi tre anni passi davvero attraverso questa logica che Gesu´ ci pone davanti. Non e´ difficile dire "Signore, Signore". Non e´ poi cosi´ difficile "fare il prete", anche bene, anche in modo che la gente possa ritenersi contenta e soddisfatta del proprio don. Ma Gesu´ vuole portarci a considerare un'altra cosa... occorre fare la 'Volonta´ del Padre'... e lo dice Lui, Gesu´, colui che dice anche che la volonta´ del Padre e´ il suo "Cibo"...

    Il rischio di questo momento è quello di guardare a questi tre anni trascorsi insieme con una logica puramente umana. Potremmo soffermarci a guardare soddisfatti alle cose belle vissute insieme, alle tante relazioni di amicizia che si sono strette tra noi in modo stupendo… oppure anche fermarci sconsolati a piangere sulle cose che non sono andate come si sperava, ai mille progetti non realizzati, alle attese nei miei confronti che sono rimaste deluse, alle persone che hanno preso altre strade…

    Questa è la nostra vita, la vita umana, di tutti i giorni e che, chi si ritrova a mettersi in gioco ogni giorno con le persone, come noi sacerdoti, riserva sempre molte sorprese.

    La potremmo vivere sull’onda delle emozioni, assecondando l’entusiasmo o la delusione. Ma la Parola di Dio ci riporta ad un’altra dimensione. Quello che abbiamo fatto lo dobbiamo confrontare con la volontà del Padre…

    “Non abbiamo noi profetato nel tuo nome? non abbiamo scacciato demoni nel tuo nome? non abbiamo compiuto prodigi nel tuo nome?” … sembrano tutte  cose grandi… “Allontanatevi da me, voi che avete operato iniquità”…

    Sono parole che scuotono, fanno riflettere moltissimo. Non è facile dare una risposta. Mi sembra solo opportuno, in questa circostanza, iniziare da un Grazie.

    Grazie innanzitutto al Signore. E’ Lui che, attraverso il mandato del Vescovo, mi ha portato qui in mezzo a voi, è Lui che ora, sempre attraverso il Vescovo, mi conduce per un'altra strada. Ogni esperienza nella vita ci fa crescere. Sono arrivato qui ancor prima dell’ordinazione Sacerdotale, qui ho compiuto i primi passi nel sacerdozio.

    Ringrazio i sacerdoti che mi hanno accolto, in modo particolarissimo il nostro caro don Giacomo, che mi ha dato una grande testimonianza di vita sacerdotale nella fedeltà e dedizione alla Preghiera, e don Simone. Ringrazio i sacerdoti impegnati nella pastorale giovanile, in particolare un ringraziamento sentito a don Benoit, qui presente, per il fraterno sostegno nelle scelte compiute in questi anni.

    Un grazie sentito alle nostre suore Sr. Giacinta e Sr. Silvia: in molti momenti hanno saputo starmi vicino con affetto, con un sostegno direi materno.

    Un grazie particolare ai giovani. E’ con loro che ho camminato di più. Attraverso momenti belli e momenti più difficili. Ci siamo sopportati a vicenda; nella fatica di portare avanti scelte, non sempre comprese da tutti, nel proporre un qualcosa che coinvolgesse giovani con interessi diversi, con abitudini diverse, con percorsi e da provenienze diverse. Non è stato facile. L’esperienza della Missione Ragazzi ci ha radunati, da lì si è cercato di trovare il modo di compiere un cammino di formazione, che ha avuto i suoi momenti alti e i suoi crolli. Le crisi personali, le divisioni… tutti momenti straordinariamente “normali” che si sono affrontati con non poca fatica da parte di tutti e non sempre con il risultato sperato. Questo è quello che si vive in un gruppo oratoriano medio-piccolo, che non può certo essere il clima sereno di un gruppetto di amici, unito sulla base di un’affinità naturale e ma che non può nemmeno basarsi sul semplice “sopportarsi”. Siamo partiti dalla Missione Ragazzi con lo slogan COSTRUISCINSIEME idealmente per unire un lavoro pastorale che andasse oltre i confini delle singole parrocchie. C’è ancora molta strada da fare. Sento il desiderio di ringraziare ciascuno di voi: sia chi mi è stato più vicino sia chi ha voluto allontanarsi. Sento anche il bisogno di chiedere scusa per le relazioni che non ho saputo tenere, per i momenti in cui non ho saputo comprendervi e quelli in cui non ho saputo farmi comprendere. Ricordo che quel giovedì sera, circa un mese fa, nel nostro solito incontro, annunciando la mia imminente partenza, qualcuno disse “allora l’oratorio si scioglie?”. Ragazzi, l’oratorio siete voi. Sta voi portare avanti quel poco che abbiamo imparato insieme, sta a voi far crescere scelte serie, coraggiose, che sappiano andare oltre gli interessi personali per essere esclusivamente a servizio di chi vuol vivere un’esperienza di crescita cristiana, a partire dalla seria decisione di incontrare il Signore Gesù e non solo considerare l’oratorio come luogo aggregativo, con l’unico scopo di incontrare gli amici.

    Un grazie a tutti i ragazzi e bambini delle scuole, che ho incontrato all’asilo, alle medie come insegnante, o al catechismo, i chierichetti. Non potrò mai dimenticare i vostri volti, i vostri sorrisi. Mi avete insegnato molte cose con la vostra semplice schiettezza. Con gesti semplici, anche in questi ultimi giorni, avete saputo dimostrarmi il vostro affetto.  Vi auguro di crescere sempre uniti al Signore, costruendo la vostra vita su di Lui.

    Un grazie ai colleghi insegnanti della scuola (senza dimenticare le bidelle!). Mi avete accolto tra di voi con grande familiarità, con l’esempio della vostra dedizione e professionalità nell’ambiente non facile della scuola. Sempre pronti ad un dialogo che andava oltre alla realtà del mondo della scuola, pronto ad aprirsi al personale, nell’attenzione del cammino di ciascuno.

    Un grazie a tutti i collaboratori della parrocchia: le catechiste, la confraternita, il coro, il gruppo dell’oratorio, tutte le persone più vicine.  Avete fatto molto per me, con il vostro esempio, la vostra dedizione.

    Un grazie all’amministrazione comunale (al nostro Sindaco, Maria Grazia), sempre pronti a collaborare in diverse iniziative che in questi anni abbiamo portato avanti insieme, con simpatia e amicizia.

    Un grazie a tutti, veramente a tutti, alle famiglie dei ragazzi e bambini, a chi in tanti modi ha saputo farsi vicino, alle persone che condividono con me la passione per la montagna e ho avuto modo di incontrare, magari mai in chiesa, ma in qualcuno degli alpeggi sulle montagne che coronano la nostra parrocchia nelle diverse escursioni, come la Messa celebrata su al Pizzo Camino, che stava ormai diventando una tradizione…

    Ho ripercorso idealmente il cammino di questi tre anni… la Parola di Dio di questa liturgia mi porta a fare questa considerazione conclusiva:

    difficile stabilire se tutto ciò che si è costruito in questo tempo sia avvenuto sulla roccia o sulla sabbia. Alcune cose sono già crollate, altre probabilmente crolleranno… in fondo molte cose si vivono solo dal punto di vista umano, sulla logica dei sentimenti altalenanti… Altre cose, forse le più nascoste, quelle che non si vedono, perché hanno scavato in profondità e sono diventate parte di noi, del nostro essere, resisteranno. Quelle poggiano direttamente sul Signore.

    Non so dove sarò inviato. Ma il cammino continua, per tutti… quando si va in montagna, in alto, si cammina legati ad una corda. Capita che ci si debba dividere, cambiare cordata… probabilmente si cambia anche il passo con cui si cammina… ma difficilmente si dimenticano le persone con cui si è camminato.

    Vi chiedo questo: ricordiamoci nella Preghiera. La preghiera, come l’amore, supera ogni distanza.

     

    January 13

    Riflessione per l'ottavario di S. Giuliano

    Traccia per la riflessione nell'ottavario di S. Giuliano
    (sono solo appunti che amplierò e modificherò durante l'esposizione)
     
     

    L'ORATORIO: DOVE FAMIGLIE E FIGLI  SPERIMENTANO LA PAROLA

    Santa Gianna Beretta Molla: "I giovani hanno bisogno di vedere, di toccare, di sentire"

     

    Oggi la liturgia della Chiesa celebra il battesimo di Gesù. Il Vangelo di oggi ci invita a contemplare Gesù che si mette in fila con i peccatori per ricevere il battesimo da Giovanni, il quale tenta di fermarlo ma Gesù risponde "Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia".  Di quale giustizia sta parlando? è certamente la giustizia divina, che coincide con la misericordia, con il per-dono, dono che spinge Gesù a sacrificarsi per tutti gli uomini.

    Il significato del gesto del Battesimo:

    in quell’atto l’uomo vecchio immerso nell’acqua muore e nell’emersione recupera una vita nuova. Ecco il significato anche del nostro: siamo uomini nuovi, “rivestiti di Cristo”, chiamati a Vivere secondo lo Spirito.

    La difficoltà: continuare a vivere secondo lo Spirito, continuando ad indossare il “Vestito Cristiano”, rimanendo immersi nel mondo e nella società contemporanea.

    Il tema suggerito dal percorso di riflessione dell’Ottavario ci interpella e ci chiama in causa soprattutto sul verbo “Educare”, tenendo presente l’anno 50° di fondazione dell’Oratorio don Bertoli. La Santa Gianna Beretta Molla ci invita a riflettere sul fatto che i giovani “hanno bisogno di vedere, toccare, sentire”.

    Vorrei offrire alcune considerazioni a partire dai tre sentieri proposti dal nostro vescovo nella sua lettera pastorale: il primo sentiero è quello di un’attenzione agli aspetti sorgivi e nutritivi della maturità cristiana; il secondo riguarda l’aspetto culturale di una fede che possa dirsi anche pensata e il terzo riguarda i luoghi dove si vive concretamente l’esperienza cristiana confermando l’adesione cordiale a Gesù.

    L’Oratorio è certamente il luogo in cui la comunità cristiana è chiamata a far percorrere tutti e tre questi sentieri alle nuove generazioni; ai ragazzi e alle loro famiglie.

    Per quanto riguarda il primo sentiero: l’antica vita dei santi Giulio e Giuliano dell’inizio del secolo scorso divaga molto sulle motivazioni che hanno spinto i due giovani santi ad intraprendere l’aspetto della missione. Occorre, prima di rendere ragione della speranza che è in noi, averla questa speranza, sperimentarla… Vederla, toccarla, sentirla. Occorre recuperare l’esperienza del nostro percorso di fede: l’aspetto della catechesi (dell’iniziazione cristiana ma anche dei giovani e degli adulti) deve avere sempre più una valenza mistagogica dove si spiegano i segni, i simboli di ciò che si riceve con i sacramenti e di ciò che la fede professa. Le vie per queste catechesi devono partire sempre più dall’esperienza Liturgica per passare dalla vita personale di ciascuno e ritornare alla Liturgia. Oggi diamo troppo per scontato di comprendere il significato dei Misteri che Celebriamo nella liturgia ma in realtà viviamo come se la Resurrezione di Gesù sia qualcosa che non ci appartiene. Senza cogliere questo sarebbe vana la nostra fede; verrebbe meno la sacralità della comunità cristiana, dello spazio e del tempo sacro, della vita stessa.

    Il secondo sentiero si inerpica a partire dal precedente, illuminandolo, rendendolo forse più faticoso ma senz’altro arricchendolo di significato. La nostra fede non può ridursi alla conoscenza e all’esperienza appresa negli anni della catechesi dell’iniziazione cristiana. Le suggestioni, i significati, la freschezza e la naturalezza della fede dell’infanzia deve rimanere nella vita adulta attraverso approfondimenti, arricchimenti, a partire dalla vita stessa. La fede ci serve da adulti, per dare risposte concrete, per vivere bene, per vivere umanamente, per vivere per come siamo stati creati. La conoscenza dell’antropologia in senso cristiano è di fondamentale importanza per illuminare la vita umana a partire dalle forme pratiche della vita quotidiana sperimentata da tutti. E’ l’unica via per renderci conto che ciò che la parola di Dio ha da dirci oggi è davvero l’unica parola che riempie di Senso e di Speranza la vita umana.

    Il terzo sentiero sembra la naturale conseguenza degli altri due; è il far discendere questi due precedenti sentieri nei vari ambienti in cui viviamo e dove siamo chiamati a confermare la nostra adesione a Gesù. Ma come? Il rischio è che l’Oratorio sia un ambiente chiuso: un luogo di formazione deve essere un luogo dove trovare la sicurezza necessaria per crescere nella fede e nell’ascolto della Parola; il gruppo deve essere il luogo di appoggio, di conferma, di sostegno. Ma è necessario poi non rimanere chiusi lì o avere una doppia vita in oratorio e poi nel mondo…

    Madeleine Delbrel, grande figura molto attuale, nella Francia secolarizzata, con il gruppo di compagne con cui condivideva la scelta missionaria di apostolato, scelse di non aderire ad un movimento istituzionale entro la quale muoversi. Essere missionario per lei era vivere il Vangelo appassionatamente là dove si è, anche in mezzo ai non credenti e scrisse una meditazione sulla vita del missionario ordinario chiamando questa figura di “missionari senza battello”. In quella via vedeva la vita spesa totalmente a servizio dell’Amore. (cfr. La joie de croire, p.156). Ed è in quella totalità che ciascuno di noi deve spendere la propria vita. Consapevoli che l’esperienza di vedere, toccare e sentire parte dal cuore, raggiunge la mente, ma si trasforma in azioni che coinvolgono tutta l’esistenza. Possiamo questo solo sapendo che queste parole che il Padre ha detto al Figlio sono anche per noi: Questi è il figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto.

     

    January 13

    Testimoni della Bellezza di essere cristiani

    TESTIMONI DELLA BELLEZZA DI ESSERE CRISTIANI

    La qualità evangelica della vita

     

    Ritornare a celebrare l’Eucaristia nella festa del nostro santo patrono Giuliano è, credo per tutti, come lo sia per me, ritornare alle origini del nostro cammino, qui, in questa chiesa solenne che ci ha visti crescere, generandoci, attraverso i sacramenti, alla fede. E per poter essere testimoni della bellezza di essere cristiani occorre proprio fare memoria, una memoria grata, di quanto il Signore ci ha concesso di vivere, grazie anche alla testimonianza di S. Giuliano che fa si che per la nostra comunità di Gozzano, la fede sul nostro territorio, sia ben radicata nel corso della storia, lungo i secoli; e giunge a noi con tutta la freschezza di allora ma anche con la grande nostra responsabilità di tradurre nel quotidiano quella stessa fede, come una radice profonda, radicata nel terreno, che in ogni tempo entra nella storia producendo i suoi germogli.

    Il nostro papa Benedetto, nel messaggio per la festa di Pentecoste dell’anno scorso ha posto in evidenza che ciò che lo anima e lo sostiene ancor oggi nel suo svolgere il ministero di successore di Pietro: la percezione della “bellezza di essere cristiani”. È così anche per noi?

    Possono essere molte le cose da considerare. Possiamo fermarci e guardarci attorno, considerare come il nostro contesto sociale porti molte persone a fare scelte che portano su altre strade rispetto quelle indicate da una “consuetudine” di matrice cristiana.

    Lavorando in mezzo ai giovani spesso percepisco uno smarrimento, una tragica ricerca continua di appagamento di una sete trovando poi solo una sorgente fasulla che nel dare un immediato sollievo lascia dietro di sé una sete ancora più grande. I giovani delle nuove generazioni spesso si trovano ad aver già vissuto prima dei diciotto anni una serie di esperienze, alcune certamente negative, che poi segnano inevitabilmente la loro esistenza. Ma non hanno ancora trovato risposta a quanto cercano.

    I mass media continuamente portano nelle nostre case la proposta di un commercio che ci stimola a desiderare sempre di più, per non parlare poi dei molteplici dibattiti sulla qualità della vita. Si discute continuamente del diritto di vivere bene, di togliere la sofferenza, di togliere la vita quando la sofferenza è troppa. Non ci siamo mai chiesti su che cosa si basino questi diritti? Come si fa a giudicare a priori quando una vita umana sia vissuta bene, nella sua pienezza di significato? E poi di nuovo il bisogno di giudicare una Chiesa che interviene in un dibattito simile, perché, si dice, la Chiesa deve intervenire solo per ciò che riguarda la fede: ciò che riguarda la vita umana spetta solo a dei liberi pensatori.

    Rinnovare la nostra fede nel ricordo di S. Giuliano vuol dire riscoprire il significato del nostro battesimo, ancora una volta, quasi come in una catechesi mistagogica dove possiamo capire quello che è già avvenuto in noi, per poterne poi essere testimoni.

     

    Da dove ha origine dunque la bellezza di essere Cristiani? Il Papa fa riferimento a tre indicazioni:

    • La prima è il riferimento ad un avvenimento: quello con il quale ci viene incontro Colui che nella sua Incarnazione ha portato nella nostra storia lo splendore della gloria di Dio sulla Terra. È l’avvenimento che abbiamo da poco celebrato nel Natale. Dio si fa uomo! La nostra fede non è un concetto, ma è un avvenimento storico, una persona che ci mostra il volto dell’amore misericordioso di Dio e, allo stesso tempo, la bellezza dell’uomo che, creato a immagine di Dio, è rigenerato dalla grazia e destinato alla gloria eterna.
    • La seconda riguarda la testimonianza di quei fratelli e sorelle che nel corso della storia, attraverso la loro vita, ci hanno mostrato la bellezza di essere cristiani. È un grande aiuto, proprio perché quello che hanno fatto, nella semplicità della vita quotidiana o nella straordinarietà di atti eroici ci hanno mostrato un intendere la vita umana non solo attraverso valori, per quanto alti, ma pur sempre umani: ma attraverso la sequela di Cristo, unica via che conduce ad essere “Creature nuove”, mostrando anche a noi, poveri di fede, la luce del volto di Cristo.
    • La terza indicazione è per noi l’invito a tradurre nei vari ambienti sociali e culturali il messaggio cristiano.

     Come fare dunque? Questa responsabilità diventa un peso? No se percepiamo su di noi il vento dello Spirito che portandoci all’incontro con il Signore Gesù cambia radicalmente la nostra vita, rendendola piena di senso, offrendo speranza e valore anche alle sofferenze e alle debolezze.

    La nostra riflessione non può che far riferimento alla Parola di Dio che abbiamo appena ascoltato in questa liturgia vigiliare della seconda domenica del tempo ordinario. Prima di intraprendere la lettura continuata del Vangelo di Luca la liturgia ci propone un testo fondamentale di Giovanni. Siamo invitati dal Vangelo a considerare in quale luogo è possibile vedere, incontrare il Signore e la sua Gloria. Nella nostra ricerca affannosa di felicità Dio ci viene incontro per donarci la sua Gioia, quella vera. Mi colpisce una frase: “Non hanno più vino”. È Maria a renderesene conto, lei, la Madre, che anche noi sentiamo cara, quasi ad intercedere presso Dio per un’umanità assetata di Gioia. Cosa manca dalla nostra vita? Cosa ci impedisce di scorgere la “bellezza” di essere cristiani? È proprio nell’accogliere il dono che il Signore ci vuole fare di quel vino nuovo, bello, buono.

    È sorprendente che il primo miracolo di Gesù narrato da Giovanni sia questo di Cana. In fondo, fatto qualche conto, Gesù aggiunge a quel banchetto di nozze qualcosa come 600 litri di vino. Accogliere lui significa accogliere la gioia! Un vino che va attinto “adesso”, “ora”, nel momento favorevole della nostra salvezza che giunge ai nostri giorni rendendoli pieni di senso. La vita umana, quella vera, quella bella è proprio quella che ci insegna Gesù, l’umanità e la fede di Gesù ci conduce per mano alla nostra piena glorificazione. È inevitabile che ancora una volta la Parola di Dio ci chieda però di lasciarci inebriare del “Suo” vino, di Lui, dello stesso suo Spirito.

    Non hanno più vino ci ricorda il nostro limite umano, oltre il quale solo la grazia può offrire una prospettiva di senso. Ci troviamo davanti ad un segno, non tanto e non solo ad un miracolo, ma un segno che lungi dall’offrire una soluzione miracolistica, può divenire una risposta o la fonte di nuove domande circa il mistero della nostra esistenza e della nostra libertà! Davanti a noi, con questa Parola il Signore vuole offrire ad ogni uomo in ogni tempo non una soluzione razionale ma un grande orizzonte di senso, che la nostra fede deve accogliere e trasformare in fiducia, speranza, luce per tutta l’umanità.

    Il tema della riflessione di oggi ci spinge anche ad essere testimoni della qualità della vita, che noi cristiani traiamo direttamente dal Vangelo, che è la buona novella, l’annuncio di una prospettiva di salvezza e di glorificazione che ci invita ad andare oltre lo sconforto ed il dramma umano.

    LA GIOIA DI ESSERE UN POPOLO DI SALVATI

    Ci troviamo davanti ad un fenomeno di mondializzazione ormai globale, che ha coinvolto tutti gli aspetti della nostra vita, anche la più semplice. E in questa mondializzazione ci troviamo davanti alle tante ingiustizie, ai tanti drammi che sia nella lontananza che a pochi passi da casa nostra e questo non può lasciarci chiusi nell’indifferenza. Come credenti occorre saper coniugare Vangelo e impegno, catechismo e vita, teoria e azione. Ma il senso pieno è nella consapevolezza della novità di Cristo, che nell’offrire vino nuovo ci dona lo spirito e il significato dell’agire quotidiano. Questo non è possibile viverlo come singoli, occorre l’agire sempre più comunitario, nel discernimento continuo delle proposte da attuare, per rendere la vita umana dignitosa come la intende Dio stesso.

    Viviamo in un tempo straordinario; non dobbiamo guardarlo solo con occhi sporchi di pessimismo ma consapevoli che insieme al grande progresso nascono mari di perplessità e di disperazioni, la comunità cristiana è chiamata ad essere luce e sale per il mondo.

    Nella seconda lettura è l’apostolo Paolo a condurci a considerare quello che è il dono dello Spirito per una comunità. Questa è la Chiesa, che siamo noi. Ciascuno ha il suo ruolo, ciascuno è chiamato a dare in prima persona il proprio contributo. Ma Paolo ci ricorda soprattutto quello che è il fine di tutto questo: l’utilità comune. È certamente una logica che va controcorrente alla proposta del mondo. Ma il rischio di vivere fuori da questa logica anche nella Chiesa è grande. Possiamo considerare quanto una comunità cristiana stia vivendo per essere vicino alle persone che hanno bisogno. Mi sembra bello considerare due aspetti anche della nostra comunità di Gozzano. Il Centro anziani, nello spirito del Padre Picco vuole essere l’espressione concreta di attenzione agli anziani, offrendo non solo dei servizi, ma proponendo alti valori per la difesa della qualità della vita di tutti i nostri anziani. E poi l’oratorio; la realtà in cui mi trovo, senza la tradizione di un oratorio, mi spinge a considerare quanto sia importante che la comunità cristiana abbia un luogo in cui mostrare il proprio impegno a favore dei giovani. Forse oggi più che mai i giovani hanno bisogno di luoghi di riferimento, dove poter incontrare nella continuità dei messaggi concreti che sappiano mostrare la bellezza della Vita umana.

    Il Papa al convegno di Verona ci ricorda ancora una volta che la nostra azione però non deve partire da un semplice filantropismo: ha invitato tutti noi cristiani a rendere visibile il grande “si” della fede. Il nostro “si” alla sequela di Gesù deve far emergere nel mondo il grande “si” che in Gesù Cristo, Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza.

    Occorre occhi capaci di discernere l’agire di Dio nella storia, i valori autentici anche nella cultura del nostro tempo, avendo anche il coraggio di condannare le contraddizioni del nostro tempo, per mostrare quella che, nella libertà e nella carità, resta l’unica Verità sulla vita umana.

    Questo lo possiamo fare proprio perché la nostra fede, giunta a noi attraverso l’evangelizzazione di S. Giuliano, è la fede nel Dio dal volto umano, capace quindi di portare la Gioia vera a tutta l’umanità.

    (Omilia nell’Ottavario di S. Giuliano 13 gennaio ’07)